Chi possiede davvero i club del calcio inglese?
Secondo il nuovo report di CIES Sports Intelligence pubblicato a settembre 2026 e firmato da Fernando Roitman, la risposta è sempre più spesso: un investitore straniero, molto frequentemente americano, in molti casi già proprietario di altri club e, in un caso su cinque, un fondo di private equity o un soggetto comparabile.
Lo studio analizza la proprietà dei 92 club delle prime quattro divisioni (Premier League, EFL Championship, League One e League Two), con dati aggiornati al 15 settembre 2026. Ecco i numeri principali, in sintesi.

Un mercato in accelerazione: 88 operazioni in sei stagioni
Il ricambio ai vertici dei club è aumentato in modo netto dopo la pandemia. Tra il 2020/21 e il 2025/26 sono state completate 88 operazioni, contro le 57 dei sei anni precedenti: un aumento superiore al 50%. Il picco è la stagione 2023/24, con 22 operazioni, trainata dalla League One (Bristol Rovers, Carlisle United, Charlton Athletic, Wigan Athletic e Wycombe Wanderers, tra gli altri). Nelle due stagioni successive le operazioni sono state 14 all’anno.
Cresce anche il peso degli investimenti di minoranza, che dal 2020/21 rappresentano oltre un terzo delle operazioni in ogni stagione, una soglia mai raggiunta prima. Tra le prime quattro operazioni della stagione 2026/27 spiccano la quota di minoranza del Liverpool acquisita da un consorzio guidato da Amit Bhatia, con investitori legati a fondi sostenuti da Jeff Bezos ed Eduardo Saverin, e il passaggio di Daniel Křetínský da socio di minoranza ad azionista individuale di riferimento del West Ham.
Il quadro della stabilità è però bilanciato: oltre il 43% dei club ha cambiato proprietà negli ultimi cinque anni, mentre quasi il 30% è nelle stesse mani da più di 15 anni. Solo tre gestioni superano i 30 anni: Steve Gibson al Middlesbrough, Anthony Kleanthous al Barnet e Roland Wycherley allo Shrewsbury Town.
Proprietà straniera: oltre la metà dei club è a controllo non britannico
Su 192 investimenti censiti, solo 59 (31%) arrivano da investitori britannici. Erano la metà del totale tra il 2010/11 e il 2015/16, sono il 21% nelle stagioni successive. All’inizio del 2026/27 quasi due terzi dei club hanno una quota estera e 51 su 92 (55,5%) sono controllati da investitori non britannici; nella stagione 2008/09 meno di un club su cinque aveva un azionista straniero.
Il fenomeno parte dall’alto della piramide: sono a maggioranza estera l’80% dei club di Premier League, il 75% della Championship e il 50% della League One. Solo dieci club tra Premier League e Championship restano in mani inglesi: Brighton, Brentford, Coventry City e Tottenham in Premier; Bolton, Bristol City, Derby County, Middlesbrough, Preston North End e Stoke City in Championship. Il report classifica come americano anche il Manchester United (famiglia Glazer), pur con la gestione sportiva affidata a Sir Jim Ratcliffe, azionista di minoranza.
L’ondata americana: il 57% dei club a controllo estero
Il capitale statunitense è ormai la chiave di lettura dell’intero fenomeno. Gli americani controllano il 57% dei club a maggioranza straniera (29 club), mentre le altre 20 nazionalità si dividono un quadro molto frammentato. Dall’inizio del 2024/25, su 26 investimenti esteri solo tre non erano statunitensi: Burton Albion (Nordic Football Group), Milton Keynes Dons (consorzio kuwaitiano) e il West Ham di Křetínský.
- Quasi un terzo dei 92 club è a proprietà USA, una quota più che raddoppiata rispetto al 2020/21.
- In 40 club c’è almeno una partecipazione americana, quasi quattro volte quella di dieci anni fa.
- Il 68% degli investimenti dal 2023/24 in poi è riconducibile a capitali USA.
- In Premier League oltre la metà dei club (55%) è a maggioranza americana; in Championship si arriva al 46%.
Quattro delle cinque acquisizioni più recenti in Premier League (Chelsea, Bournemouth, Leeds United ed Everton) sono legate a capitale americano. Il capitale dei paesi del Golfo resta invece a controllo di Bristol Rovers, Manchester City, Milton Keynes Dons e Newcastle, mentre la presenza cinese è ormai limitata al Wolverhampton.
Multiproprietà: 42,5% dei club collegato ad altre società calcistiche
La multiproprietà (MCO), intesa come la titolarità di quote in più di un club, riguarda oggi il 42,5% dei 92 club, per oltre un terzo attraverso l’azionista di maggioranza. Il numero dei club coinvolti è quasi raddoppiato in cinque stagioni. In Premier League 16 club su 20 hanno un legame con un altro club nel mondo; le uniche eccezioni sono Coventry City, Fulham, Sunderland e Tottenham. La quota scende al 50% in Championship, al 29% in League One e al 17% in League Two.
Guardando all’Europa, 21 club sono collegati ai proprietari di maggioranza di squadre di Premier League, più del triplo rispetto alla fine del 2020. Il 76% di questi gioca nella massima serie del proprio paese e in 14 casi su 21 il controllo è di maggioranza su entrambi i club. Ne deriva un rischio di integrità sportiva: due squadre dello stesso gruppo potrebbero qualificarsi alla stessa competizione europea.
Private equity e fondi d’investimento: un club su cinque
Un quinto dei 92 club ha capitale privato nella compagine societaria, secondo la definizione restrittiva adottata dal report (private equity, fondi e soggetti comparabili). Includendo anche family office tradizionali e investimenti personali di professionisti del settore, la quota sale a quasi un terzo. Rispetto all’inizio del periodo post-pandemico, il dato più stretto è più che raddoppiato.
Le quote di minoranza pesano per circa la metà dei casi: per il proprietario di maggioranza significano risorse e competenze aggiuntive senza cedere il controllo, per l’investitore un’esposizione al settore con meno capitale e meno obblighi di governance. Il fenomeno si concentra in alto: 8 club su 20 in Premier League (tra cui Bournemouth, Chelsea, Leeds United e Ipswich Town), poco più di un quarto in Championship (Birmingham City, Burnley e Millwall a maggioranza; Wrexham e Bolton con quote di minoranza), il 12% in League One e il 4% in League Two. Le recenti operazioni su Reading e Sheffield Wednesday indicano un interesse in crescita anche oltre le prime due divisioni.
Tre fenomeni, un filo comune: il capitale americano
Secondo il report i tre trend non sono distinti: gli investitori statunitensi sono presenti nel 61,5% dei club in multiproprietà e ogni caso di private capital diretto identificato nelle prime quattro divisioni è collegato ad azionisti USA. Sono 14 i club che si trovano all’intersezione di tutti e tre i fenomeni.
E l’Italia? I legami con la Serie A e la Serie B
Il report chiama in causa anche il calcio italiano. A luglio 2026 il fondo americano Clara Vista Partners, alla guida dell’Ipswich Town, ha rilevato il Frosinone Calcio, mentre Entrepreneur Equity Partners è entrata con una quota di minoranza nel Bolton dopo aver investito nel Venezia. La rete di club a controllo di maggioranza collegata alla Premier League include inoltre la Roma, insieme a Lorient, Troyes, Strasburgo e Nizza in Ligue 1. I network transnazionali, insomma, non si fermano ai confini inglesi.
Conclusione
Il calcio inglese è il laboratorio in cui si vede più chiaramente come stia cambiando la proprietà dei club: meno proprietari locali e più investitori globali, capitali americani in posizione dominante, gruppi che controllano più squadre e fondi che entrano spesso con quote di minoranza. Il dato più interessante non è la singola tendenza, ma la loro sovrapposizione: 14 club che uniscono capitale USA, multiproprietà e private equity mostrano che si tratta di un unico modello in espansione, ormai esteso anche alla League One.
La conseguenza è una crescente complessità. Come osserva lo studio, la distinzione tra proprietà di maggioranza, interesse economico e controllo effettivo è in molti casi meno chiara di prima. Per questo la nuova Independent Football Regulator, istituita dal Football Governance Act 2025 e chiamata a valutare proprietari e dirigenti con il regime ODSE, avrà un ruolo centrale. Le questioni aperte sono soprattutto due: come garantire trasparenza sugli assetti proprietari più intricati e come gestire il rischio di conflitti quando più club dello stesso gruppo competono negli stessi tornei. Sono temi che riguardano da vicino anche la Serie A e la Serie B, dove le reti di multiproprietà stanno crescendo.

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